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TORINO
Dove nasce l'emozione
Gian Carlo Menzio
Angelo Caroli
Pagg. 80
f.to 28x22
Edizione in brossura
ISBN 88-87804-21-4
€ 22,00

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Gian Carlo Menzio
Nasce a Moncalieri il 13 marzo del 1944. Nel 1968 si laurea in
Farmacia, ma a questa professione subentra ben presto l’entusiasmo
per la musica, il cinema e la fotografia. All’inizio degli
anni ottanta partecipa ai primi concorsi fotografici ottenendo
da subito numerosi successi nazionali e internazionali. Verso
la fine di quel decennio abbandona la fotografia singola per iniziare
un cammino piú complesso fatto di lavori articolati e compiuti
che privileggiano la ricerca sull’immagine nella fotografia
concettuale.
Angelo Caroli
Aquilano, atleta, calciatore (scudetto nella Juve del ’61)
e giornalista viaggia, annota e scrive. È autore di libri
di poesie La quinta stagione (in tandem con Angelo Mistrangelo),
Il mare dei pianeti, Evaso all’orizzonte (premio Cultura
Saturnio e Premio San Leucio del Sannio), Chiedo la primavera
(Premio Internazionale Moncalieri). Insieme con Grazia Schenone
pubblica Rose d’inverno e la Forma dei sogni. In collaborazione
con altre firme torinesi pubblica I fiori del bene. Con Sogni
bambini, versi sulla tragedia del Grande Torino, vince la 1a edizione
del premio Giovanna Arpino. Scrive i romanzi Ho conosciuto la
Signora, Il Marchio (vincitore del premio letterario Coni e del
Selezione Bancarella sport), Brahmas opera 77, Fischia il Trap
(premio Città di Benevento), Da Coppi a Pantani, La donna
nel pallone. Con Il Grido debutta nell’universo del giallo
integrale. Entra a far parte della scuderia Fógola con
Scacco matto sotto la mole e conferma la collaborazione con la
casa editrice torinese pubblicando Rien ne va plus veleni al Casinò,
I misteri del Po ho ucciso io Rebecca, Delitti alla Sacra di San
Michele e Prigioniera del buio. Frequenta anche il mondo delle
favole e con Hanno rapito Gesú Bambino ottiene il premio
Originalità dall’Associazione culturale il Melograno.
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Angelo Caroli dalla sua prefazione
del libro:
Le foto di Gian Carlo Menzio sono nobili bagliori per lo piú
malinconici. Come nella poesia, lo “scatto” dell’artista
dotato di obiettivo parte dall’intimo e da ogni sensazione
che è in grado di manifestare. Una successione di stati d’animo,
dunque, che erompono immediati o mediati come spinte liberatorie.
Ed entrano in un labirinto dove la mente umana imprigiona se stessa
per liberarsi e successivamente affrancarsi.
Il cammino di Menzio segue una mappa di sensazioni personali e intanto
si ispira a siti e personaggi senza nome e quasi senza volto, anonime
figure che lo guidano in un ideale viaggio cittadino. Si delinea
via via una sorta di trama dove si smarriscono e si recuperano venditori
ambulanti, ignote anime senza nome, coppie apparentemente vicine
e invece distanti nei pensamenti, anime alla deriva che si consolano
in riva al fiume, anime che sentono il presente come esperienza
da rivivere o dimenticare, passanti che paiono duellanti in allontanamento
e che il destino, forse, farà incontrare di nuovo su un ponte;
e poi bambini che giocano, donne al telefono in cerca di voci che
capiscano, contadini accompagnati da una solitudine sempre piú
desolante, pittori, giovani innamorati, venditori di fiori; e ancora
le metafore di manifesti che ammoniscono e da cui emergono vaghi
barlumi di speranza; infine simboli deleteri dell’Era Moderna
imbrigliati con rimedi precari ma già pronti a riproporre
ruggiti inquinanti e perfino letali. È un mosaico sapiente
e dolente quello messo insieme da Menzio, un gioco di tessere a
cui Torino assiste ammutolita o stupita però mai passiva.
Qua e là compaiono perfino frammenti gioiosi, come nell’immagine
della copertina, quasi una necessità di evasione dalla tela
tessuta innanzitutto con l’amore, poi con la melanconia e
alfine con il timbro commovente della nostalgia per ciò che
è stato e non sarà piú. L’ultima foto
proposta dall’autore non è certo un inno alla gioia,
ma è l’ideale punto di avvio che ci catapulta in un
futuro che ci auguriamo migliore, un domani che sappia di speranze,
mandorli fioriti e rondini.
Ed è per tutte queste ragioni che ho accettato con gioia
la proposta dell’editore, Pietro Pintore, di commentare ciascuna
foto di Menzio con tre versi, una sorta di haiku all’italiana,
senza rispettare regole metriche. E mi piace aprire e chiudere il
suggestivo viaggio di Menzio fra le emozioni torinesi con due mie
poesie, “Liberatemi” e “Ti amo”.
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EditRegion3 |