Nell’aprile del 1791
il giovane Chateaubriand s’imbarca per l’America,
per un viaggio carico di aspettative. La devozione per la patria,
abbandonata in un difficile momento politico, lo farà presto
rientrare in Francia, ma le esperienze maturate nel Nuovo Mondo
lasceranno un segno profondo nella sua produzione letteraria.
A distanza di molti anni, nel 1827, l’autore, ormai uomo
politico e scrittore affermato, pubblica questo Voyage en Amérique,
preceduto da una dettagliata avvertenza in cui traccia la storia
dei viaggi e l’evolversi della conoscenza geografica nel
corso dei secoli. Inizialmente diario, la narrazione si dilata
tra appunti, lettere e citazioni. Quasi antropologo, Chateaubriand
indaga sulla spontaneità dei popoli primitivi. Gli usi
dei “selvaggi” nel corso delle fasi della vita, dalla
nascita alla morte, dalla guerra al matrimonio, sono oggetto di
scrupolosa osservazione. Tutto viene passato all’attento
vaglio del viaggiatore: i gesti quotidiani, scanditi dalle stagioni
della caccia, della pesca, della semina o del raccolto, le conoscenze
mediche, l’educazione di figli, i riti religiosi, il linguaggio
delle varie tribù. Lo seguiamo a cena da Washington, il
novello Cincinnato, a colloquio con un capo irochese, lungo il
Mississippi e ai piedi degli Appalachi. Attraverso l’analisi
precisa di una natura più volte personificata, esploriamo
foreste vergini, incontrando animali di rara bellezza. Nell’arco
di pochi decenni però, da quando era partito esploratore
alla pubblicazione della sua cronaca, l’America ha già
cambiato volto per l’incalzare della civiltà. Così,
all’ingenuo stupore, subentra a tratti la lucida consapevolezza
del ruolo di ultimo testimone di un fascino già stravolto
persino dalle prime forme di turismo organizzato. Senza rimpianti,
comunque, poiché il progresso della scienza è legittimo
e naturale, così come il gusto per l’immutabilità
è solo un falso pregiudizio. Inoltrarci in quella terra
senza passato e senza monumenti, dalla vegetazione grandiosa e
dalle solitudini immense, è stato in fondo anche lo spunto,
non privo di taglienti critiche sui costumi europei, per un parallelo
divagare politico e sociale sul lungo cammino della democrazia.
È dunque uno Chateaubriand decisamente insolito quello
che con felice intuizione ci propone qui, nella versione italiana,
l’editore Pietro Pintore. Un modo diverso per riscoprire
uno dei maggiori scrittori francesi che oggi rivela, tra l’ironico
e il polemico, tutta la sua sorprendente attualità.
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